Svizzera Cooperazione
Cinque anni di talebani, la Svizzera è tornata a lavorare a Kabul
L'ufficio della Dsc ha riaperto nel marzo del 2025 dopo il trasferimento a Islamabad. Berna non riconosce il governo ma mantiene i programmi umanitari.
Il 15 agosto 2021 i talebani entravano a Kabul e il presidente Ashraf Ghani lasciava il Paese. Cinque anni dopo, la Svizzera ha un ufficio operativo nella capitale afghana e continua a finanziare programmi umanitari, senza riconoscere il governo.
La sequenza è stata graduale. Nelle settimane della presa del potere l'ufficio di cooperazione svizzero era stato chiuso e il personale evacuato. I programmi sono proseguiti prima da Berna e poi, dal febbraio 2023, da Islamabad. Nel marzo del 2025 la Direzione dello sviluppo e della cooperazione ha riaperto la sede in Afghanistan con un gruppo di esperti, appoggiandosi a organizzazioni non governative locali per l'esecuzione dei progetti.
L'anno scorso la Confederazione ha stanziato 25 milioni di franchi in aiuti. Le Nazioni Unite stimano in 24 milioni le persone che nel Paese hanno bisogno di assistenza. Alla fine del 2024 i cittadini svizzeri registrati in Afghanistan erano diciassette. Gli scambi commerciali restano marginali: nel 2023 le esportazioni svizzere sono state di 5,14 milioni di franchi e le importazioni di 1,48 milioni.
Riconoscere gli Stati, non i governi
"La Svizzera riconosce gli Stati, non i governi", ricorda il Dipartimento federale degli affari esteri. Il principio permette di mantenere una presenza operativa senza legittimare l'autorità di fatto. "Sebbene esistano contatti sporadici, questi non costituiscono né un riconoscimento diplomatico né una legittimazione ufficiale del regime talebano", precisa il Dfae.
Sul piano dei diritti la posizione svizzera è esplicita. "Berna condanna con la massima fermezza la discriminazione e l'oppressione delle donne e delle ragazze in Afghanistan", ha dichiarato un portavoce. Nel marzo del 2026 la questione è stata discussa al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che parla di apartheid di genere.
In cinque anni le autorità di Kabul hanno introdotto la sharia come fondamento dell'ordinamento, adottato un nuovo codice di procedura penale e promulgato leggi cosiddette sulla virtù, che comprendono l'obbligo del velo integrale e il divieto di attività quotidiane fra cui il gioco degli scacchi. Ragazze e donne sono escluse dalla scuola secondaria e dall'università.
La contraddizione con cui lavorano tutte le agenzie internazionali presenti nel Paese è la stessa: interrompere i programmi significa colpire la popolazione che si intende proteggere, proseguirli significa operare in un quadro istituzionale che si condanna.
Commenti
Non ci sono ancora commenti. Puoi essere la prima voce.