Economia Industria auto
Volkswagen, sindacati: a rischio fino a 115’000 posti in Germania
I rappresentanti dei lavoratori avvertono che il piano di ristrutturazione di Volkswagen potrebbe mettere a rischio fino a 115’000 posti in Germania. Il consiglio di sorveglianza tornerà a discutere il piano il 4 settembre.
I rappresentanti dei lavoratori di Volkswagen avvertono che, nello scenario più estremo, in Germania potrebbero essere a rischio fino a 115’000 posti di lavoro. La cifra, elaborata dalla presidente del comitato aziendale Daniela Cavallo e riportata dall'Handelsblatt, non è un obiettivo fissato dalla direzione, ma la somma dei diversi interventi che i dipendenti temono possano colpire l'occupazione tedesca.
L'amministratore delegato Oliver Blume parla da settimane di una riduzione teorica di circa 50’000 posti nel mondo, necessaria per riportare i costi del gruppo su livelli competitivi. Davanti a oltre 10’000 dipendenti riuniti a Wolfsburg, ha precisato che circa la metà, 25’000 posti, potrebbe riguardare la Germania, ribadendo però che non si tratta di una decisione già presa.
A questi si aggiungono i circa 50’000 esuberi già concordati entro il 2030 tra Volkswagen, Audi, Porsche e la controllata software Cariad, da gestire con strumenti socialmente sostenibili e, per quanto possibile, senza licenziamenti forzati. Per oltre 37’000 uscite gli accordi sarebbero già firmati.
Il nodo degli stabilimenti
Il punto più delicato riguarda le fabbriche. Volkswagen non ha ancora indicato una prospettiva produttiva per gli stabilimenti di Emden, Hannover e Zwickau, né per quello Audi di Neckarsulm, oltre il 2030. Senza produzioni alternative, secondo il comitato aziendale potrebbero essere coinvolti altri 40’000 lavoratori: è la somma di queste tre voci a comporre la stima di 115’000 posti.
Blume insiste che nessuna chiusura è stata decisa e definisce la serrata degli stabilimenti «l'ultima e più costosa opzione». Il gruppo valuta alternative come la collaborazione con l'industria della difesa e lo spostamento in Europa della produzione di alcuni modelli finora destinati soprattutto al mercato cinese.
Il clima resta comunque teso: il discorso di Blume a Wolfsburg è stato accolto da fischi e striscioni di protesta. Cavallo ha accusato i vertici di non spiegare con chiarezza i piani del gruppo ai dipendenti, affermando che la fiducia nel consiglio di amministrazione e nel suo presidente «è stata danneggiata», pur non ancora compromessa in modo definitivo.
Sullo sfondo pesa una crisi più ampia dell'industria automobilistica tedesca: la concorrenza dei costruttori cinesi, il calo degli utili in Cina, la domanda debole in Europa e i dazi statunitensi. Secondo Blume i costi generali del gruppo superano del 30% quelli dei concorrenti, con margini sotto il 4%, insufficienti secondo lui a finanziare nel lungo periodo nuove tecnologie e stabilimenti.
La decisione passa ora al consiglio di sorveglianza, che a luglio non ha approvato il piano di Blume e tornerà a discuterne il 4 settembre. Sindacati e Land della Bassa Sassonia, azionista del gruppo, hanno presentato proposte alternative. Il presidente del Land, Olaf Lies, ha chiesto soluzioni che evitino la chiusura degli stabilimenti.
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