Cultura Arte contemporanea
Nicolas Party, dai treni di Losanna al pastello sui muri dei musei
L'artista svizzero ha abbandonato la pittura a olio dopo aver visto un pastello di Picasso alla Fondazione Beyeler. Quest'anno le sue opere sono in mostra su tre continenti.
I quadri di Nicolas Party si riconoscono da lontano: colori accesi, forme semplificate, composizioni che hanno la nettezza di un segno grafico. L'artista svizzero è noto anche per il modo in cui usa gli spazi espositivi, coprendoli con murales che trasformano l'architettura in opera temporanea. Quest'anno il suo lavoro è passato per grandi mostre su tre continenti.
Dietro l'immediatezza visiva c'è un rapporto insistito con la storia dell'arte. Nelle sue opere si trovano riferimenti che vanno da Rembrandt a Picasso e attraversano il simbolismo e il surrealismo.
La svolta tecnica è arrivata da un incontro casuale. Durante gli studi all'ECAL di Losanna e poi nei sei anni passati a Glasgow, Party dipingeva soprattutto a olio, ma il metodo lo bloccava: stratificazioni, tempi di asciugatura, revisioni continue. Produceva tre quadri all'anno perché non smetteva di rilavorarli, e ha raccontato di amare i dipinti finiti ma non il processo che li produceva. In parallelo realizzava murales su invito delle gallerie, con spray e carboncino: opere effimere, fisiche, immediate.
Alla Fondazione Beyeler di Basilea si è trovato davanti a Testa di donna di Picasso, un ritratto a pastello del 1921. Il giorno dopo ha comprato pastelli, carta e una cartolina di quell'opera. Il pastello non si corregge: obbliga a decidere subito. Party ha spiegato che quel limite lo ha reso paradossalmente più libero e molto più produttivo, e che produrre di più significa sbagliare e riuscire più spesso, quindi imparare più in fretta.
La ripetizione come metodo
I generi che frequenta sono i più convenzionali della pittura occidentale: ritratto, paesaggio, natura morta. La scelta è deliberata. Come Josef Albers tornava al quadrato e Morandi alle bottiglie, Party usa la ripetizione per guardare più a fondo. Fra i motivi ricorrenti gli alberi hanno assunto un'importanza quasi devozionale.
Molte sue mostre nascono dal confronto con figure storiche, da Rosalba Carriera a Auguste Rodin e Camille Claudel. Per lui copiare non è citare: è il modo in cui si conosce davvero un'opera. Oggi le immagini si consumano in tre secondi su uno schermo, osserva; disegnare o dipingere qualcosa costringe invece a dedicarle il tempo necessario, e quel tempo resta.
Le radici del suo linguaggio stanno però altrove. Dai dodici anni e per tutta l'adolescenza Party ha fatto graffiti su treni e muri a Losanna, a Ginevra e non solo. È lì che ha imparato come funziona il colore nello spazio pubblico e che un'immagine deve essere afferrata in un istante: l'elemento principale, dice, deve vedersi da lontano, come in un logo.
A questo aggiunge una suggestione di Michel Pastoureau, lo studioso francese del medioevo che ha analizzato come i sistemi visivi plasmino la percezione collettiva. Pastoureau notava che i bambini svizzeri crescono circondati da araldica: bandiere cantonali, scudi, emblemi. È una cultura visiva fondata sulla chiarezza e sul simbolo, e aiuta a spiegare perché i ritratti di Party siano frontali, inespressivi, vicini all'icona.
La curiosità lo ha portato oltre il canone occidentale, con progetti a Pechino e a Seul. Mentre allestiva la mostra Dust nella capitale sudcoreana ha studiato la collezione del museo insieme ai curatori, imparando molto sulla ceramica coreana. Ora vorrebbe lavorare a Istanbul e in Egitto, pur riconoscendo che dieci vite non basterebbero per esplorare tutte quelle culture.
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