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Cultura Psicoterapia

In terapia, quando la cura ha bisogno anche degli altri

Genitori, partner o fratelli chiamati in seduta non sono intrusi: la psicoterapia familiare mostra come i problemi personali si intreccino con le relazioni più vicine.

di Redazione 18 agosto 2026 2 min di lettura

Chi inizia un percorso di psicoterapia si aspetta di parlarne da solo con il proprio terapeuta. Capita invece che il professionista chieda di coinvolgere un genitore, un partner o un fratello. La richiesta può sorprendere o mettere a disagio, ma nasce da un principio preciso della psicoterapia familiare: i problemi personali non nascono nel vuoto, si formano dentro le relazioni.

Viviamo in una cultura che spinge a considerare il malessere come una questione privata, da affrontare e risolvere da soli. Questa convinzione porta a pensare che anche la guarigione debba avvenire in solitudine. La psicoterapia familiare propone una prospettiva diversa: coinvolgere chi ci sta vicino può aiutare a comprendere meglio le proprie difficoltà, perché le emozioni e i sintomi si intrecciano con la storia della famiglia e con l'ambiente che ci circonda.

Spesso le sofferenze di due fratelli cresciuti con gli stessi genitori si somigliano, anche quando si manifestano in modi opposti. In altri casi, il disagio di una persona affonda le radici in vicende che riguardano la vita dei genitori, ancora prima della sua nascita. Riconoscerlo non è sempre facile, soprattutto quando ci si specchia in un genitore vedendo tratti che si vorrebbe non avere.

Non un tribunale

La paura più comune è che la seduta si trasformi in un processo, con le fragilità di ciascuno usate come armi contro gli altri. Per questo motivo il coinvolgimento dei familiari va inteso in modo diverso: non come ricerca di colpe, ma come strumento di comprensione reciproca.

La parola "intruso" deriva dal verbo intrudere, che significa introdursi con forza. Ma la persona coinvolta smette di essere un'intrusa nel momento in cui viene accolta, non respinta. Spesso, dentro quella persona, si trova una sofferenza simile alla propria, radicata nella stessa storia familiare.

Affidarsi a un terapeuta che lavora da solo con un singolo paziente, in questa visione, equivale a un chirurgo che opera un organo senza considerare come funziona insieme al resto del corpo: il rischio è curare un sintomo isolato senza comprenderne l'origine. Accogliere in terapia un genitore, un partner o un fratello non significa smettere di occuparsi del proprio disagio individuale, ma dare al terapeuta un quadro più completo di ciò che accade.

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