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Svizzera Acqua transfrontaliera

Chi decide sull'acqua condivisa fra la Svizzera e i Paesi vicini

La Svizzera custodisce il sei per cento delle riserve europee di acqua dolce e la gestisce con accordi bilaterali. Il Verbano resta il caso senza trattato, con Berna che non vuole imporre nulla al Ticino.

di Redazione 13 agosto 2026 4 min di lettura

La Svizzera occupa una porzione minima del territorio europeo e custodisce il sei per cento delle riserve continentali di acqua dolce. Ghiacciai, laghi e fiumi non si fermano alla frontiera: il Ticino alimenta il Po, il Reno scende verso la Germania e i Paesi Bassi, il Rodano attraversa la Francia fino al Mediterraneo. Le decisioni prese a Berna hanno conseguenze a centinaia di chilometri di distanza.

Christian Bréthaut, professore e condirettore della cattedra Unesco in idropolitica, spiega alla RSI come funziona questa gestione condivisa. Durante una penuria come quella di quest'estate la domanda più difficile riguarda le priorità: acqua potabile per le economie domestiche, irrigazione per l'agricoltura, produzione idroelettrica o raffreddamento industriale.

«Le priorità sono definite in base a esigenze di sicurezza cruciali. L'approvvigionamento di acqua potabile è fondamentale, l'acqua è un diritto umano. Poi vengono la sicurezza alimentare ed energetica», afferma Bréthaut. Il problema, aggiunge, è che mancano dati precisi sui consumi effettivi dei diversi usi, e senza quei dati stabilire le priorità resta difficile.

Dove gli accordi funzionano e dove mancano

Non tutti i confini d'acqua svizzeri sono regolati allo stesso modo. Il Reno, il Danubio e il Lago di Costanza vengono indicati dal professore come esempi di buona gestione transfrontaliera, con commissioni operative dalle competenze definite in grado di affrontare le crisi.

Con la Francia il passo decisivo è arrivato nel 2025, con gli accordi sul Lemano e sul Rodano. Le trattative erano cominciate nel 2011, dopo una forte siccità francese. Secondo Bréthaut quegli accordi anticipano tensioni che il cambiamento climatico renderà più intense, e colmano una lacuna: la maggior parte dei fiumi europei ha già una convenzione, il Rodano era rimasto a lungo un'eccezione.

Il caso irrisolto è il Lago Maggiore. L'Italia chiede livelli più alti per garantire l'agricoltura della Pianura padana, il Ticino teme le esondazioni nel Locarnese. Quest'anno il Piemonte ha domandato al Cantone di aumentare i deflussi dal Verbano, che resta ai minimi storici, e il Governo cantonale ha risposto di no perché l'acqua non basta neppure per il fabbisogno interno.

A differenza del Ceresio, regolato da una convenzione del 1955, e del Lemano, per il quale esistono disposizioni quantitative fra Svizzera e Francia, il Verbano non ha un quadro vincolante. Una mozione del consigliere nazionale socialista Bruno Storni, firmata da altri 28 parlamentari, chiede al Consiglio federale di negoziare una convenzione internazionale con l'Italia.

La risposta di Berna, per il tramite del dipartimento del consigliere federale Albert Rösti, resta prudente: una regolazione permanente richiede un accordo con l'Italia e il Consiglio federale non lo concluderebbe contro la volontà del Ticino. Nel frattempo l'Ufficio federale dell'ambiente verifica che la fase sperimentale del 2026, con l'innalzamento a 1,35 metri, rispetti i limiti di sicurezza sul territorio svizzero.

Bréthaut si dice scettico sull'idea di un'autorità internazionale dell'acqua, perché le situazioni di siccità sono molto legate al contesto locale. Preferisce accordi bilaterali flessibili, con il diritto internazionale a fornire i principi di riferimento. Osserva anche che le tensioni regionali e intercantonali sono destinate ad aumentare e che il ruolo della Confederazione nella gestione delle crisi diventerà più importante. Rösti ha annunciato una revisione della strategia nazionale dell'acqua.

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