Mondo Migrazione
Ceuta, 72’000 arrivi e almeno 75 morti: il costo umano delle frontiere
L’afflusso di fine luglio nell’enclave spagnola ha messo alla prova il nuovo patto europeo su migrazione e asilo. Per il ricercatore Robin Stünzi i controlli funzionano meglio, ma a pagarne il prezzo sono le persone migranti.
Alla fine di luglio 72’000 persone sono arrivate dal Marocco a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa settentrionale dell’Africa. Almeno 75 di loro hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere quel lembo di territorio europeo. La maggior parte è poi rientrata in patria. L’episodio ripropone una domanda scomoda: quanto costa, in vite umane, il controllo delle frontiere?
A leggere l’accaduto è Robin Stünzi, coordinatore scientifico del Polo di ricerca nazionale sulla migrazione e la mobilità dell’Università di Neuchâtel, intervistato da swissinfo.ch. Il ricercatore passa in rassegna tre possibili spiegazioni dell’afflusso improvviso.
La prima chiama in causa la campagna di regolarizzazione lanciata dalla Spagna in gennaio, ma Stünzi la giudica poco plausibile. La seconda guarda alle tensioni tra Madrid e Rabat sul Sahara occidentale, con il precedente del 2021, quando il Marocco aveva favorito gli arrivi verso l’enclave; anche qui, però, mancano elementi solidi. La più convincente è la terza: tre settimane prima dell’afflusso il Tribunale supremo spagnolo aveva limitato le possibilità di rinvio delle persone giunte via mare. Chi arriva via terra in modo irregolare può essere respinto immediatamente, mentre per chi arriva via mare le autorità devono esaminare la domanda d’asilo. La sentenza, amplificata dai social media, ha creato l’impressione di una frontiera temporaneamente aperta.
L’apertura era però solo apparente. La Spagna non era tenuta a prendere in considerazione 72’000 domande d’asilo, perché chi lascia il Marocco, in linea di massima, non ha i requisiti per ottenere l’asilo politico. Di qui i rientri della maggior parte delle persone arrivate.
Il prezzo più alto lo hanno pagato le persone in viaggio. In prossimità della spiaggia di Ceuta sono state installate barriere galleggianti di contenimento, e una grande barriera è stata collocata al largo per prevenire nuovi episodi. Proprio questa infrastruttura, osserva il ricercatore, è probabilmente all’origine di almeno una parte dei circa 80 decessi registrati.
Il nuovo patto europeo alla prova
L’afflusso è arrivato meno di due mesi dopo l’entrata in vigore del patto europeo sulla migrazione e l’asilo, un pacchetto di dieci testi legislativi nato dalla crisi del 2015. Il patto poggia su tre pilastri: il filtraggio alle frontiere esterne dell’Unione, con identificazione, controlli di sicurezza ed esame medico; una procedura accelerata alla frontiera; la ripartizione fra gli Stati membri delle persone che potrebbero ottenere una protezione internazionale.
La tenuta politica del sistema si è però subito incrinata. Italia e Danimarca hanno minacciato di escludere la Spagna dagli accordi di Schengen e di ripristinare i controlli alle frontiere interne: minacce che per Stünzi sono giuridicamente impossibili da attuare, oltre che sproporzionate. I ministri dell’interno dell’Unione si sono poi riuniti in videoconferenza e hanno sottoscritto un messaggio di solidarietà.
Il meccanismo del filtraggio non è una novità per la Svizzera, che lo applica dagli anni Novanta: i controlli avvengono già alla frontiera e le persone vengono in seguito ripartite fra i Cantoni. Il tema resta d’attualità anche a livello federale, con l’iniziativa dell’UDC sulla protezione delle frontiere che sarà presto discussa in Parlamento.
Resta infine il nodo dei diritti umani. L’agenzia europea Frontex ha potenziato le risorse dei guardacoste libici, ma molte delle persone intercettate finiscono vittime di violenze e torture in Libia. Per Stünzi si tratta di una delle contraddizioni più lampanti della politica migratoria europea. Gli ingressi irregolari sono in calo da anni: la domanda aperta è quale prezzo umano l’Europa sia disposta ad accettare in cambio di frontiere più controllate.
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