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Svizzera Agricoltura

Canicola e siccità mettono in difficoltà i produttori di formaggio

Le vacche sotto stress termico mangiano e producono meno, mentre l’erba manca. Molte aziende stanno già intaccando le scorte di foraggio previste per l’autunno e l’inverno.

di Brenno 16 agosto 2026 2 min di lettura

La situazione dei produttori di latte è molto tesa. Lo afferma Christa Brügger, portavoce della Federazione dei produttori svizzeri di latte, che elenca diversi fattori concomitanti: al caldo persistente e alla siccità si aggiungono prezzi del latte bassi, costi in aumento e, in alcune aziende, problemi di salute degli animali.

Il meccanismo è semplice. Le vacche sotto stress termico mangiano meno e producono meno latte. Nello stesso periodo la crescita dell'erba è calata in modo marcato, e il foraggio scarseggia. Molte aziende hanno cominciato a intaccare le riserve messe da parte per l'autunno e per l'inverno, cioè a consumare in agosto quello che serviva a dicembre.

Le organizzazioni del Gruyère e della Tête de Moine confermano un impatto molto rilevante sulla salute degli animali e sulla disponibilità di foraggio. I costi di produzione salgono, perché occorre comprare mangime supplementare, mentre la quantità di latte diminuisce. In diverse aziende si sta ricorrendo al fieno destinato all'inverno per compensare il foraggio fresco che non c'è.

Secondo Olivier Isler, direttore dell'interprofessione del Gruyère, le incertezze climatiche rappresentano una sfida per le filiere del formaggio di montagna. La produzione è calata in modo sensibile negli ultimi mesi rispetto all'anno precedente, e per il Gruyère d'alpeggio ci si attende una riduzione attorno al dieci per cento. Nelle aziende di pianura la contrazione è più contenuta, perché possono contare su approvvigionamenti alternativi di latte.

Per chi compra, l'effetto immediato sarà limitato: le scorte di formaggio restano ben fornite e la disponibilità di fine anno, in particolare per il periodo natalizio, è considerata assicurata. Il problema si sposta quindi a monte della catena, su chi produce.

Sono le aziende d'alpeggio a pagare il conto più alto. Sono anche quelle con meno margine di manovra: non possono comprare latte altrove, dipendono da un pascolo che non cresce e lavorano con costi che aumentano mentre i ricavi calano. La domanda che resta aperta riguarda la ripartizione di questo costo lungo la filiera, dal produttore alla grande distribuzione, e quali strumenti servano perché una stagione come questa non diventi la regola senza che nessuno abbia deciso nulla.

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