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A Bellinzona il processo per spionaggio politico a favore della Turchia

Un ex pizzaiolo di Bienne, cittadino turco di 45 anni, è accusato di aver inviato ai servizi segreti turchi informazioni su persone legate al PKK. Il processo si svolge al Tribunale penale federale di Bellinzona, in gran parte a porte chiuse.

di Redazione 7 ottobre 2026 3 min di lettura Bellinzonese

Il Tribunale penale federale di Bellinzona ha aperto oggi il procedimento contro un cittadino turco di 45 anni, da anni pizzaiolo a Bienne. Secondo la Procura federale, tra il luglio 2018 e il maggio 2019 l'uomo ha inviato 59 messaggi ai servizi segreti turchi e ad altre autorità di sicurezza. I messaggi contenevano informazioni su persone e incontri legati al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. In Svizzera il PKK non è un'organizzazione vietata. In Turchia, nell'Unione europea e negli Stati Uniti è invece considerato un gruppo terroristico. L'accusa è di spionaggio politico. L'imputato nega.

Il caso risale al marzo 2019. Il fratello del datore di lavoro dell'imputato vola in Turchia per un matrimonio e viene arrestato all'aeroporto. Viene poi condannato per propaganda a favore del PKK. Negli atti della polizia turca compare un numero di cellulare: è quello del pizzaiolo. Il titolare della pizzeria lo scopre componendo quel numero.

Nel maggio 2019 il titolare e altri curdi affrontano l'uomo nel seminterrato del locale. Lo picchiano, lo minacciano, gli prendono il telefono e lo chiudono per una ventina di minuti nella cella frigorifera. Per questi fatti quattro persone sono già state condannate in via definitiva. Oggi, l'allora vittima di quell'aggressione siede sul banco degli imputati.

Atti oscurati e prove contestate

Il Tribunale ha oscurato ampiamente l'atto d'accusa e ha tenuto parte del dibattimento a porte chiuse, su richiesta della Procura. Secondo i giudici i dati in questione costituiscono il nucleo stesso dell'accusa: pubblicarli significherebbe diffondere informazioni che la legge intende proteggere.

Le prove si basano soprattutto sui dati di un telefono cellulare, sottratto con la forza dai privati che avevano aggredito l'imputato e poi consegnato alla polizia. La difesa sostiene che questi dati non possano essere usati nel processo. La Procura replica che l'imputato, allora considerato vittima, non si era opposto all'analisi del telefono. Il Tribunale dovrà stabilire se le prove siano ammissibili, dato che la legge prevede eccezioni per i reati gravi.

Il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) considera elevato il rischio di spionaggio in Svizzera. I pericoli maggiori arrivano da Russia e Cina. Gli agenti russi operano spesso sotto copertura diplomatica, per esempio attorno alle Nazioni Unite a Ginevra. La Cina si serve invece di collaboratori senza status diplomatico, che sorvegliano le comunità taiwanese, tibetana, uigura, i seguaci del Falun Gong e gli attivisti per la democrazia, insieme a chi in Svizzera li sostiene.

Già nel 2020 il SIC segnalava un aumento delle attività turche tra i connazionali in Svizzera. I processi restano però rari: per ragioni di politica estera, gli agenti che godono di copertura diplomatica vengono di solito invitati con discrezione a lasciare il Paese. Secondo il SIC, in questi casi sono in gioco la sovranità della Svizzera e la sicurezza di chi vi abita, comprese le persone di origine straniera.

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