Economia Piazza finanziaria
Vigilanza sulle banche, una storia svizzera scritta dagli scandali
Tre anni dopo il crollo del Credit Suisse, il Consiglio federale vuole dare alla Finma il potere di infliggere multe. La storia della vigilanza mostra regole arrivate quasi sempre dopo le crisi, spesso a carico dei conti pubblici.
Il Consiglio federale intende attribuire nuove competenze all’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari: la Finma dovrebbe poter infliggere multe e rendere pubblici i nomi delle banche inadempienti. La riforma arriva tre anni dopo il crollo del Credit Suisse, ma in Parlamento si forma già un fronte contrario. La storia aiuta a capire la posta in gioco: in Svizzera la regolamentazione statale del settore è stata a lungo controversa e i controlli si sono rafforzati quasi soltanto sull’onda delle crisi.
Un primo progetto di legge federale risale al 1916, ma rimase inutilizzato fino agli anni Trenta. Servirono la crisi della Banque de Genève nel 1931 e quella della Banca Popolare Svizzera nel 1933, sostenuta dallo Stato con 100 milioni di franchi, perché il 1° marzo 1935 entrasse in vigore la legge federale sulle banche. L’attuazione toccò alla Commissione federale delle banche, composta da cinque membri.
Il 4 giugno 1965 il presidente della Commissione, il turgoviese Max Hommel, fu destituito senza preavviso: nel suo studio fiduciario di Berna consigliava, per 2’000 franchi al mese, due società del finanziere spagnolo Julio Muñoz, che gestiva gli investimenti europei del patrimonio del dittatore dominicano Rafael Trujillo. Quando banche di San Gallo e Ginevra, infiltrate da prestanome di Muñoz, concessero ingenti crediti senza garanzie, Hommel chiuse un occhio. I prestiti non rientrarono e i due istituti fallirono. Hommel non dovette mai rispondere in tribunale e l’unica conseguenza legislativa fu un obbligo di autorizzazione più preciso per le banche controllate dall’estero.
Da Chiasso al Credit Suisse
Il caso più clamoroso toccò la Svizzera italiana. Nell’aprile 1977 emerse che la filiale di Chiasso del Credit Suisse aveva convogliato per quindici anni fondi di clienti italiani sottratti al fisco verso una società di comodo nel Liechtenstein, una "banca nella banca" in cui confluirono crediti inesigibili e speculazioni. Vi transitarono 2,2 miliardi di franchi e la perdita raggiunse 1,4 miliardi: lo scandalo più costoso fino ad allora. Nella notte del 26 aprile la Banca nazionale, con Società di banca svizzera e Unione di banche svizzere, promise un sostegno fino a 3 miliardi, mai utilizzato. Ne nacque una convenzione di diligenza: autoregolamentazione, non legge.
Quando il Partito socialista tentò la via legislativa con un’iniziativa contro l’evasione fiscale e la fuga di capitali, nel maggio 1984 il popolo la respinse con il 73% di no. Il ministro delle finanze Willi Ritschard aveva riassunto il clima: "Il segreto bancario è intoccabile come una monaca".
La svolta arrivò con i fondi dei potentati. Nel 1986 il Consiglio federale congelò i patrimoni del presidente filippino Ferdinand Marcos. Nel 1999 furono bloccati 660 milioni di dollari del dittatore nigeriano Sani Abacha e la Commissione citò per nome le 19 banche coinvolte. Con il caso dell’ex presidente peruviano Alberto Fujimori e del suo capo dei servizi segreti Vladimiro Montesinos, per la prima volta l’autorità destituì un dirigente bancario.
Nel 2009 dalla fusione della Commissione con altre due autorità nacque la Finma. L’anno prima UBS aveva sfiorato la bancarotta ed era stata salvata con una parziale nazionalizzazione temporanea e una "bad bank" finanziata dalla Banca nazionale. Le regole "too big to fail" elaborate dopo quella crisi avrebbero dovuto evitare nuovi interventi pubblici, ma alla prima prova, nella primavera 2023, non furono applicate: sotto pressione internazionale, Consiglio federale, Banca nazionale e Finma orchestrarono l’acquisizione del Credit Suisse da parte di UBS.
La ricostruzione storica mostra anche che l’influsso della lobby finanziaria ha spesso finito per indebolire i controlli. Per il legislatore la domanda è duplice: le multe renderanno la vigilanza più efficace o si tradurranno in nuova burocrazia? E basteranno a evitare che il prossimo salvataggio finisca ancora sul conto della collettività?
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