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Netanyahu respinge il piano per Gaza: nessun ritiro senza il disarmo di Hamas

Il premier israeliano boccia il documento in quindici punti del Board of Peace e ribadisce il no a uno Stato palestinese. Intanto a Rafah è già partito un cantiere pilota finanziato dagli Emirati.

di Redazione 9 agosto 2026 3 min di lettura

Per la prima volta dal 31 luglio, quando Donald Trump annunciò l’accordo su Gaza due giorni dopo il faccia a faccia con Benjamin Netanyahu, il premier israeliano ha reso pubblica la propria posizione. Israele respinge il documento in quindici punti del Board of Peace. L’esercito non si ritirerà finché Hamas non sarà disarmato di tutte le armi, pesanti e leggere.

Netanyahu ha respinto anche lo scenario dello Stato palestinese previsto dal piano. Finché sarà premier, ha detto in apertura della riunione di governo, non ce ne sarà uno né a Gaza né in Cisgiordania. Le sue parole hanno raccolto il consenso immediato dell’ala dura dell’esecutivo. Betzalel Smotrich lo ha ringraziato per aver chiarito che non ci si ritirerà di un millimetro dalla Striscia e che la ricostruzione non comincerà prima dello scioglimento totale di Hamas.

Dal terreno arrivano però indicazioni diverse. Radio militare riferisce che due settimane fa, in concomitanza con la decisione di far entrare nella Striscia i primi militari marocchini e ugandesi della Forza internazionale di stabilizzazione, il livello politico ha approvato l’avvio di lavori di ricostruzione in una zona pilota di Rafah, all’interno della linea gialla ancora sotto controllo israeliano. Il progetto si chiama «Green Rafah» ed è seguito dal centro di coordinamento civile e militare guidato dal Centcom statunitense, attivo nel sud di Israele da ottobre. Il finanziamento arriva soprattutto dagli Emirati Arabi Uniti.

Secondo Channel 11, in quell’area lo Shin Bet intende trasferire membri delle milizie armate da Israele che hanno collaborato con l’esercito durante la guerra: i clan Abu Shabab, Doghmush, al-Astal e al-Mansi, presi di mira dall’unità Sahm di Hamas. Una fonte dell’ufficio del premier ha dichiarato all’emittente che i primi abitanti della nuova Rafah saranno oppositori di Hamas, e che questo è nell’interesse israeliano. Poco distante è già stato costruito un complesso destinato a ospitare i primi 150 soldati di Rabat della Forza internazionale, che a maggio avevano perlustrato la zona.

Il calendario elettorale

Netanyahu non ha compiuto l’altro passo indietro chiesto da Smotrich, cioè revocare l’autorizzazione all’ingresso della Forza internazionale a Gaza. Secondo i commentatori difficilmente potrà opporsi alla volontà di Trump su questo punto, ma farà il possibile per rinviare qualsiasi ritiro oltre le elezioni del 27 ottobre. Dall’inviato del Board Nickolay Mladenov, incontrato lunedì a Gerusalemme, il premier aveva già ottenuto che il ritiro dell’esercito avvenga soltanto dopo il disarmo di Hamas, armi personali comprese.

Avendo già incassato quel risultato, il rifiuto categorico annunciato oggi appare soprattutto un messaggio all’elettorato israeliano, che si sposta verso destra. Il principale rivale di Netanyahu, Gadi Eizenkot, ha definito la pubblicazione della road map un fallimento del governo rispetto all’obiettivo dichiarato della guerra, cioè eliminare Hamas. Il premier ha replicato osservando che le critiche arrivano da chi voleva il ritiro dall’intera Striscia e non voleva attaccare Libano e Iran. Eizenkot era uscito dal governo di emergenza nazionale nel giugno 2024, in disaccordo con la decisione di conquistare Rafah. Trump, che sembra frenare l’escalation con l’Iran almeno fino alle elezioni di metà mandato, non ha ancora appoggiato pubblicamente l’alleato israeliano.

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