Economia Marchio
L'Usam contesta la croce svizzera sui prodotti fatti all'estero
Due sondaggi indicano che quasi il 90 per cento di artigiani ed elettori vuole il simbolo riservato alla produzione indigena. L'organizzazione cita il caso di un calzaturificio sangallese.
L'Unione svizzera delle arti e mestieri contesta la prassi che permette di apporre la croce svizzera su prodotti fabbricati all'estero. A sostegno della propria posizione l'organizzazione presenta i risultati di due sondaggi, uno condotto tra gli artigiani e uno tra gli elettori.
Le cifre vanno nella stessa direzione. In entrambi i gruppi quasi il 90 per cento ritiene che la croce svizzera debba restare riservata ai produttori che fabbricano nel Paese. Una quota analoga, poco meno di nove interpellati su dieci, considera che l'economia trarrebbe vantaggio se il simbolo restasse legato a prodotti interamente svizzeri.
Il sondaggio Demoscope registra inoltre un dato sulla percezione: il 60 per cento degli interpellati dichiara una fiducia in calo nei confronti della croce svizzera. Tra gli imprenditori, la metà giudica la nuova regola molto svantaggiosa per le piccole e medie imprese che non hanno produzione all'estero.
Da dove nasce la prassi
La contestazione riguarda una decisione dell'Istituto federale della proprietà intellettuale, entrata in vigore nel marzo 2026. La nuova prassi consente diciture come "Swiss Design" o "Swiss Engineering" anche per beni interamente prodotti fuori dai confini. In parallelo, il produttore di calzature On ha ottenuto in una controversia il diritto di utilizzare la croce svizzera pur fabbricando all'estero.
La logica della decisione è che l'attività di progettazione e di ingegneria svolta in Svizzera costituisca di per sé un legame sufficiente con il Paese. La logica opposta, quella dell'Usam, è che il valore del simbolo derivi dalla produzione e non dalla concezione, e che estenderlo lo indebolisca.
L'organizzazione porta un esempio concreto. Kybun, calzaturificio sangallese, sta trasferendo parte della propria produzione in Italia, con conseguenze su circa quaranta posti di lavoro. L'Usam lo definisce un primo caso significativo di delocalizzazione riconducibile alla nuova prassi: se la croce si può mantenere anche producendo altrove, viene meno una delle ragioni economiche per restare.
La questione riguarda un bene che nessuna singola impresa possiede. Il valore commerciale della croce svizzera deriva dal comportamento aggregato di migliaia di aziende in decenni di attività, e ogni impresa che lo utilizza ne consuma una parte senza sostenerne il costo di costruzione. È lo stesso meccanismo che rende le indicazioni geografiche un tema di regolazione pubblica anziché di contratto privato.
L'Usam chiede il ripristino dell'esclusività del simbolo per i produttori indigeni. Una modifica di questo tipo richiede però un intervento a livello di prassi amministrativa o di legge, e i tempi di un simile cambiamento non sono quelli delle decisioni aziendali già prese.
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