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Svizzera Catene di fornitura

Lavoro forzato, il vuoto normativo che costa alla Svizzera un dazio in più

Washington ha applicato alla Svizzera un dazio aggiuntivo del 12,5 per cento, contro il 10 riservato all'Unione europea. Manca una legge che vieti l'importazione di beni prodotti con lavoro forzato.

di Brenno 6 agosto 2026 3 min di lettura

Il 12 marzo gli Stati Uniti hanno aperto un'inchiesta in base alla sezione 301 del Trade Act. Il 2 giugno ne hanno pubblicato i risultati: la Svizzera figura fra i sessanta Paesi giudicati non conformi. Il 23 luglio Washington ha annunciato un dazio aggiuntivo del 12,5 per cento sulla Svizzera, contro il 10 per cento applicato all'Unione europea.

La differenza di due punti e mezzo ha una spiegazione precisa. La Svizzera non dispone di una legge che vieti in modo esplicito l'importazione di beni prodotti con lavoro forzato.

L'Organizzazione internazionale del lavoro definisce il lavoro forzato come qualsiasi lavoro o servizio estorto a una persona sotto minaccia di una punizione e per il quale la persona non si è offerta volontariamente.

Cosa fa e cosa non fa la Confederazione

La Svizzera ha ratificato le principali convenzioni internazionali in materia di lavoro e diritti umani. Un progetto di legge è in preparazione, ma coprirebbe soltanto una trentina di grandi imprese.

Il Governo difende l'impostazione attuale. Sostiene che l'approccio svizzero si concentra sulla prevenzione e sul contrasto delle cause all'interno delle catene di fornitura, e che l'industria statunitense non subisce alcun danno da questa prassi.

Economiesuisse ricorda che le aziende svizzere sono già sottoposte a estesi obblighi di rendicontazione non finanziaria, che comprendono la diligenza sui rischi per i diritti umani nelle catene di fornitura.

Il punto è che la rendicontazione non è un divieto. Un obbligo di informare su un rischio non impedisce l'ingresso della merce, mentre una legge sull'importazione lo farebbe.

Dorothée Baumann-Pauly, professoressa all'Università di Ginevra, indica i tre settori d'importazione più esposti. Sono i minerali critici e l'oro, i prodotti ittici e i prodotti agricoli che dipendono da manodopera migrante.

L'elenco dei beni a rischio comprende il pesce nei supermercati, il cibo per animali domestici, le nocciole e i petali di rosa dalla Turchia, il gelsomino egiziano e lo zucchero dall'India. Sono prodotti presenti nella spesa quotidiana, non merci rare.

Il dazio americano è una pressione commerciale, e come tale va letta anche l'inchiesta che lo precede. Resta però il fatto che chi lavora in condizioni coercitive lungo quelle filiere non è tutelato da nessuna delle due misure in discussione.

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