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Cultura Ipotesi

Il festival ha già un mecenate: che cosa cambierebbe con un altro

Un esercizio della redazione, e la conclusione di questa serie. La presidenza di Locarno è affidata dal 2023 a un'erede di una grande fortuna farmaceutica. La domanda non riguarda l'origine del denaro, ma le condizioni.

di Redazione 6 agosto 2026 2 min di lettura

Peter Thiel non è a Locarno, non è mai stato annunciato e non ha rapporti con il festival. Questo articolo chiude una serie di ipotesi e affronta la domanda che le altre hanno lasciato aperta: che cosa accade a un'istituzione culturale quando dipende da un patrimonio privato.

La domanda non è astratta, perché a Locarno la risposta esiste già. La presidenza è affidata dal 2023 a Maja Hoffmann, erede della fortuna farmaceutica Roche e figura riconosciuta del mecenatismo nell'arte contemporanea.

Il bilancio di questi anni è verificabile. Il suo arrivo ha rafforzato il profilo internazionale della rassegna senza avviare un cambio d'immagine. La direzione artistica è rimasta a Giona A. Nazzaro, che descrive la propria linea come una continuità, con sezioni ed eventi collaterali sostanzialmente invariati. La modifica più visibile, la soppressione della sezione sperimentale «Moving Ahead», ha coinciso con l'apertura del concorso principale a opere più ardite.

Il denaro privato non è il problema

Il festival non dipende del resto da una sola fonte. I 36 titoli svizzeri in programma poggiano su contributi pubblici, sul servizio radiotelevisivo e su fondazioni. La mostra al Museo Casa Rusca è sostenuta dal Fondo Swisslos del Cantone, dalla Ernst Göhner Stiftung e dalla Fondazione cultura nel Locarnese.

Quello che distingue un mecenate da un altro non è quindi la provenienza della somma. Sono le condizioni che l'accompagnano.

La Thiel Fellowship, per esempio, non è un finanziamento neutro: la borsa da 100'000 dollari è subordinata all'abbandono dell'università. Il denaro serve a produrre un comportamento specifico, ed è dichiarato apertamente.

Applicato a un festival, un sostegno condizionato di quel tipo produrrebbe effetti immediati. Non servirebbe imporre un film o vietarne un altro, perché basterebbe legare il contributo a un indicatore, come la presenza di ospiti riconoscibili o il numero di spettatori in piazza.

La differenza sostanziale sta in chi decide che cosa conta come successo. Finché la definizione resta nelle mani della direzione artistica, la selezione può includere un film palestinese, uno georgiano e un esordio brasiliano senza doverne giustificare la resa.

È questa la posta reale del rapporto fra ricchezza privata e cultura, e non l'ammontare dell'assegno. Un'istituzione che accetta di essere misurata con criteri altrui smette di essere il luogo dove si scopre prima degli altri, e diventa il luogo dove si conferma quello che qualcuno sa già.

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