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Svizzera Foreste e clima

Il faggio cede al caldo, le foreste svizzere destinate a cambiare

Le estati sempre più calde e secche indeboliscono i faggi in tutta la Svizzera: nell'Hardwald, vicino a Basilea, due terzi degli alberi osservati sono ormai gravemente danneggiati. Anche a sud delle Alpi i ricercatori notano i primi segnali di sofferenza.

di Brenno 17 agosto 2026 3 min di lettura

Nell'Hardwald, una foresta vicino a Basilea, la ricercatrice Sabine Braun osserva le chiome dei faggi da quarant'anni. Non ha mai visto una situazione simile: due terzi degli alberi hanno foglie marroni, gialle o molto diradate. Braun lavora per l'Istituto di biologia vegetale applicata (IAP), che ogni anno esamina 12'000 alberi in 23 cantoni per conto delle autorità cantonali.

Di solito, in autunno, i faggi riassorbono le sostanze nutritive dalle foglie prima che cadano. Quest'anno, invece, le foglie si seccano direttamente sull'albero. In alcuni casi anche le foglie ancora verdi ingialliscono e cadono, come se si scottassero al sole, spiega Braun.

Il fenomeno non è nuovo di per sé: già nell'estate calda del 2018 l'Hardwald era stato chiuso al pubblico per il rischio di caduta rami, e solo un quarto degli alberi allora danneggiati era sopravvissuto. Ma quest'anno il numero di faggi colpiti è quasi triplicato rispetto al 2018. Secondo Braun, nella Svizzera nordoccidentale il faggio non ha quasi più futuro, se non sui terreni più profondi.

Il faggio è oggi l'albero a foglie caduche più diffuso in Svizzera, con circa il 19 per cento degli esemplari. Anche l'abete rosso, la conifera più diffusa nel Paese, con circa il 40 per cento, soffre la siccità: gli alberi indeboliti diventano vulnerabili al bostrico e, se infestati, muoiono rapidamente l'anno successivo. Per i ricercatori del WSL, l'istituto federale di ricerca forestale, la domanda ora riguarda quali specie potranno ancora reggere il clima futuro.

Gli esperti concordano su un punto: la diversità delle specie sarà decisiva, perché un bosco misto regge meglio a malattie e parassiti rispetto a una foresta dominata da poche specie. Tra le alternative più promettenti figurano l'abete bianco, più resistente agli insetti, e specie come il rovere e il ciliegio, che tollerano meglio la siccità. Le specie mediterranee più resistenti al caldo, come il leccio, non sopportano invece le gelate invernali che da noi si registrano ancora. Il cambiamento avrà un costo ambientale: con la scomparsa di molti alberi secolari, la foresta svizzera immagazzinerà in futuro meno anidride carbonica, un servizio che finora i boschi hanno reso a tutti, non solo a chi li possiede.

E in Ticino?

A sud delle Alpi la pressione climatica è finora un po' meno marcata, spiega Boris Pezzatti del WSL di Cadenazzo: i faggi crescono soprattutto sopra i mille metri, mentre più in basso prevale il castagno. Anche qui, però, si osservano esemplari in sofferenza, soprattutto quelli con chioma ampia o ai margini del bosco. Secondo Pezzatti, non sono sempre gli alberi esposti a sud a soffrire di più: conta la storia di crescita di ogni pianta e l'equilibrio idrico che ha sviluppato nel tempo. Un bosco sofferente oggi non significa che la specie sparirà da quella zona: il faggio ha una certa capacità di adattamento, e le nuove generazioni potrebbero sviluppare fin da subito un apparato radicale più adatto alla scarsità d'acqua. Per Pezzatti resta comunque plausibile che l'areale ideale del faggio si sposti gradualmente più in quota.

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