Svizzera Rischi naturali
Colate detritiche, sulle Alpi eventi più intensi e imprevedibili
Piogge più violente, permafrost in ritirata e ghiacciai ridotti stanno cambiando frequenza e stagionalità delle colate detritiche. Un nuovo progetto dell'Università di Ginevra studierà le tendenze sull'intero arco alpino.
Il 5 agosto una grande frana si è staccata a 3’900 metri di quota dalla parete sud del Cervino, sul versante italiano della montagna che domina Zermatt. L'episodio si inserisce in una tendenza che i ricercatori osservano da tempo: con il riscaldamento del clima, le colate detritiche alpine stanno diventando più intense e difficili da prevedere.
La Svizzera italiana ne conosce le conseguenze. Nel giugno 2024 violenti temporali hanno provocato devastanti colate detritiche e ingenti danni in Valle Maggia, tra cui la Val Bavona. In quell'estate fenomeni analoghi hanno colpito anche la Valle d'Aosta, il Piemonte, l'Austria e la Germania.
I meccanismi in gioco sono diversi. Secondo i dati di MeteoSvizzera, gli acquazzoni potrebbero diventare fino al 30% più intensi, con precipitazioni concentrate in episodi sempre più brevi e violenti. «Quell'acqua ha il potenziale di erodere più materiale», spiega Markus Stoffel, titolare della nuova cattedra di ricerca sui rischi naturali in montagna dell'Università di Ginevra: l'energia delle colate potrebbe quindi aumentare. Nel corso del secolo, inoltre, il limite inferiore del permafrost potrebbe salire di 200-750 metri a seconda dell'esposizione dei versanti, della composizione del terreno e dello spessore del ghiaccio. I ghiacciai svizzeri, dal canto loro, hanno perso quasi il 40% del volume dal 2000, un ritiro che destabilizza i sedimenti dei pendii.
Cambia anche il calendario. Un tempo le colate erano un fenomeno soprattutto estivo; oggi si osservano a maggio e persino in aprile, e talvolta si protraggono fino in ottobre. Nel gennaio 2018 nevicate abbondanti, seguite da temperature miti e piogge forti, hanno prodotto uno scenario senza precedenti: «Ci sono state enormi valanghe in diverse aree delle Alpi e poi improvvisamente colate detritiche nel pieno dell'inverno. Qualcosa che non avevamo mai visto prima», ricorda Stoffel, secondo cui i bacini soggetti a colate potrebbero generare eventi inediti.
Il clima non spiega però tutto. «Stimiamo che l'influenza del cambiamento climatico sia tra un terzo e il 50% di quanto osserviamo», precisa il ricercatore: il resto del rischio deriva dall'espansione delle infrastrutture. Tra il 1950 e il 1970 la popolazione alpina è cresciuta di oltre il 30% e valli prima in gran parte isolate si sono riempite di strade, trasporti pubblici e impianti di risalita.
Non tutto peggiora ovunque, comunque. I sedimenti non sono illimitati: una colata molto grande può svuotare un bacino fino alla roccia madre e il sistema ha bisogno di tempo per ricaricarsi con nuove cadute di massi. Nel frattempo alcune aree possono risultare temporaneamente più sicure.
Uno sguardo sull'intero arco alpino
Per capire meglio queste dinamiche, dal 1° maggio Stoffel guida un progetto quinquennale con sei specialisti, finanziato con un milione di euro (920’000 franchi) dall'AXA Fund for Human Progress. Mentre istituti come il Politecnico federale di Zurigo e il WSL conducono studi approfonditi su siti specifici, come il bacino torrentizio dell'Illgraben in Vallese, il gruppo ginevrino costruirà vaste banche dati storiche per individuare tendenze regionali, punti critici e dinamiche comuni a tutte le Alpi. Combinando osservazioni sul campo, telerilevamento e modellizzazione, i ricercatori vogliono capire quando e dove i versanti cedono e fino a che distanza i flussi possono propagarsi, per sviluppare strategie che limitino perdite e danni futuri.
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