Cantone Criminalità organizzata
Bellinzona, processo per un presunto uomo di fiducia della 'ndrangheta
Un cittadino italiano di 59 anni residente in Argovia è a processo al Tribunale penale federale per presunta appartenenza al clan Anello-Fruci. Il dibattimento, legato all'operazione "Imponimento", dovrebbe durare fino all'11 settembre.
Da lunedì il Tribunale penale federale di Bellinzona processa un cittadino italiano di 59 anni, residente in Argovia, accusato di aver fatto parte per vent'anni della 'ndrangheta attiva in Svizzera. Secondo l'accusa, l'uomo era una figura di fiducia del clan Anello-Fruci. Il dibattimento dovrebbe concludersi l'11 settembre.
Il procedimento nasce dall'inchiesta "Imponimento", che nel luglio 2020 ha portato all'arresto di oltre 70 persone tra Svizzera e Italia. Le indagini hanno fatto emergere le principali attività delle organizzazioni criminali italiane in Svizzera: traffico di droga, traffico di armi per rifornire gli arsenali del clan e riciclaggio di denaro attraverso ristoranti, locali notturni, uffici di cambio e il leasing di auto di lusso.
Un'organizzazione radicata nel tessuto economico
Il clan Anello-Fruci ha una spiccata vocazione imprenditoriale. Agli affari illeciti ha affiancato investimenti apparentemente legali, che gli hanno permesso di inserirsi nella società locale e di agire senza destare sospetti. Un altro referente svizzero del capo del clan, anch'egli residente in Argovia, gestiva un ristorante e sponsorizzava la squadra di calcio del paese, tanto da essere ben conosciuto e apprezzato in zona. Il suo arresto, nel 2020, suscitò sorpresa tra chi lo conosceva.
Le indagini condotte in Svizzera hanno riguardato una dozzina di persone e si sono avvalse di intercettazioni ambientali e di un agente infiltrato della polizia federale. Il suo lavoro ha permesso di confermare le dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia in Italia.
Oltreconfine il procedimento ha già portato a diverse condanne, alcune confermate in appello. Il capo del sodalizio è stato condannato a 20 anni di carcere, il titolare del ristorante a 17. Il cugino del 59enne ora sotto processo a Bellinzona, che lavorava come operaio comunale nel Luganese, è stato condannato in primo grado a 11 anni, ridotti in appello a 10 anni e 8 mesi.
Per il clan, la Svizzera avrebbe rappresentato una sorta di cassaforte: qui arrivavano i capitali illeciti, in gran parte provenienti dal traffico di droga, che venivano reinvestiti per generare altri profitti. Le riserve accumulate restavano custodite in territorio elvetico, pronte a essere trasferite in Italia quando il capo del clan aveva bisogno di liquidità. La Svizzera avrebbe garantito anche l'approvvigionamento di armi e munizioni: un piccolo arsenale è stato sequestrato in Ticino, nell'abitazione del 59enne.
Commenti
Fra
Okay