Economia Viticoltura
Parmelin fa marcia indietro sul sostegno alla viticoltura svizzera
Poco prima delle sue dimissioni, il consigliere federale ha rinunciato alla misura più contestata a tutela dei viticoltori, dopo l'opposizione dei commercianti di vino. La soluzione alternativa, un sistema d'asta per le quote di importazione dal 2027, non convince le associazioni di categoria.

Poco prima di annunciare le proprie dimissioni dal Consiglio federale, Guy Parmelin ha incontrato i rappresentanti della viticoltura svizzera per comunicare la rinuncia ad alcune misure di sostegno al settore, presentate la primavera scorsa.
La decisione più contestata riguarda l'abbandono della norma che avrebbe riservato l'importazione di vino estero a basso prezzo solo a chi acquista e trasforma anche uva svizzera. I commercianti privi di produzione indigena avrebbero dovuto acquistare quote di importazione dai produttori svizzeri, un meccanismo pensato per aiutare i viticoltori che faticano sempre più a vendere uva e vino.
Contro questa misura si sono opposti i commercianti, forti di una perizia giuridica secondo cui la modifica avrebbe provocato distorsioni rilevanti del mercato e una violazione della libertà economica. Parmelin ha scelto di fare un passo indietro.
Un'asta che non cambia nulla
In alternativa, il consigliere federale propone che dal 2027 le quote di importazione di vino estero vengano assegnate tramite asta. Le associazioni di categoria giudicano la misura inefficace per i viticoltori svizzeri: i contingenti attuali permettono di importare fino a 170 milioni di litri l'anno a costi ridotti e, dal 2001, questa soglia non è mai stata superata. Un'asta, osservano, non produrrebbe quindi alcun effetto dissuasivo sulle importazioni.
I viticoltori si dicono delusi da un consigliere federale che è lui stesso viticoltore. In Parlamento restano depositati diversi atti a sostegno del settore.
La misura abbandonata avrebbe imposto un onere amministrativo ai commercianti per sostenere in modo selettivo una categoria di produttori, un'impostazione che la perizia giuridica ha giudicato lesiva della libertà economica. La soluzione dell'asta, meno invasiva, lascia però aperta la domanda su quale problema risolva davvero, se i contingenti non vengono mai esauriti. Resta da vedere se il settore troverà, sul piano della competitività, risposte più efficaci alle difficoltà di vendita delle uve svizzere. Gli atti ancora pendenti in Parlamento suggeriscono che il dibattito non si fermerà qui: la domanda, per il prossimo Consiglio federale, sarà se nuove misure a favore della viticoltura possano reggere al vaglio della libertà economica senza gravare su commercianti e consumatori.
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