Mondo Giustizia di transizione
Damasco condanna a morte Assad, che resta protetto a Mosca
Un tribunale siriano ha condannato l'ex presidente e altri sette responsabili del regime per crimini di guerra. Un solo imputato era presente in aula.
Un tribunale di Damasco ha condannato a morte l'ex presidente siriano Bashar al-Assad e altri sette esponenti del suo regime per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Le imputazioni riguardano la tortura praticata in modo sistematico, l'uccisione intenzionale di bambini sotto i quindici anni e l'omicidio premeditato.
Fra i condannati figurano il fratello dell'ex presidente, Maher al-Assad, l'ex ministro della difesa Fahd al-Freij e il capo dell'intelligence militare Luay al-Ali. Un solo imputato era fisicamente in aula: Atif Najib, che nel 2011 dirigeva la sicurezza politica a Daraa e ordinò la tortura degli adolescenti fermati per aver scritto slogan contro il regime. Quel caso fu la scintilla della rivolta.
Sul piano pratico la sentenza resta in larga parte simbolica. Assad vive a Mosca sotto protezione russa dal dicembre del 2024, quando il Cremlino gli concesse asilo. La posizione del fratello Maher è meno chiara: alcune informazioni non verificate lo collocano nei dintorni della capitale russa dal 2025, ma la Russia non ha mai fatto dichiarazioni ufficiali sul suo conto.
Il ministero della giustizia siriano ha indicato che le condanne passeranno alla corte di cassazione entro trenta giorni. È il passaggio che dirà se questi processi reggeranno l'esame di un grado superiore, e con quale motivazione.
Un banco di prova per le nuove autorità
Il conflitto cominciato con le proteste del 2011 ha causato oltre mezzo milione di morti e ha costretto milioni di persone a lasciare le proprie case. Ricostruire in aula quella catena di responsabilità è un compito che nessuna giustizia nazionale ha affrontato in condizioni facili.
Human Rights Watch ha definito il procedimento contro Najib un test della capacità delle autorità siriane di rendere giustizia in modo credibile per gli abusi commessi sotto il vecchio regime. L'organizzazione parte da una constatazione che vale anche per il nuovo governo: diversi osservatori segnalano che violenze e arresti arbitrari non sono cessati con il cambio di potere.
Restano quindi due questioni distinte. La prima è se i processi in contumacia possano avere un effetto concreto senza la consegna degli imputati, che al momento nessuno ha chiesto formalmente a Mosca. La seconda è se il tribunale che giudica il passato saprà applicare gli stessi criteri al presente.
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