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Perché le assemblee cittadine non bastano contro il populismo

Una ricercatrice di Ginevra sostiene che i processi deliberativi migliorano la discussione ma non danno potere. Il paragone è con l'assemblea annullata quest'anno a Ginevra.

di Redazione 11 agosto 2026 2 min di lettura

Negli ultimi anni le assemblee cittadine sono diventate la risposta più citata alla sfiducia verso le istituzioni. Si estraggono a sorte alcune decine di persone, si dà loro tempo, documentazione ed esperti, si chiede una raccomandazione su un tema difficile. Nel mondo se ne contano oltre settecento esperienze e l'Europa è stata il principale laboratorio.

Yanina Welp, ricercatrice all'Albert Hirschman Centre on Democracy dell'Istituto di alti studi internazionali e dello sviluppo di Ginevra, sostiene che questi strumenti non possono fare quello che si chiede loro. Migliorano la qualità della discussione, ma non contrastano il populismo e non restituiscono da soli fiducia nelle istituzioni.

L'argomento centrale è una distinzione: deliberare non è la stessa cosa che avere capacità di azione politica. I cosiddetti mini-pubblici producono raccomandazioni che quasi mai sono vincolanti, e la loro attuazione dipende interamente da attori esterni, cioè da governi e parlamenti che possono raccoglierle o lasciarle cadere. Il gruppo discute, ma non decide, e non ha strumenti per obbligare qualcuno a dare seguito.

Il confronto con il populismo chiarisce il punto. I movimenti populisti costruiscono identificazione politica e azione collettiva: danno alle persone un'appartenenza e un modo di agire insieme. Le assemblee cittadine migliorano invece la possibilità di esprimersi per un gruppo ristretto, quello sorteggiato, senza necessariamente accrescere la capacità politica di tutti gli altri.

Il caso ginevrino

L'analisi ha un riferimento locale preciso. Quest'anno Ginevra ha rinunciato a un'assemblea cittadina che era stata pianificata, e la rinuncia si presta a due letture opposte: un'occasione persa, oppure una valutazione realistica di ciò che quello strumento può davvero produrre.

La conclusione di Welp non è un invito a smettere di sperimentare. È piuttosto un ridimensionamento delle aspettative: il rinnovamento democratico, scrive, dipende ancora da qualcosa di più antico e più difficile da costruire, cioè da organizzazioni che colleghino le persone al potere.

In Svizzera la questione ha un contorno particolare. Il Paese dispone già di strumenti che rendono vincolante la volontà popolare, dall'iniziativa al referendum, e il problema non è quindi la possibilità di pronunciarsi ma la partecipazione a quel pronunciamento. Anche qui, la differenza fra parlare e contare resta la variabile decisiva.

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